Segnali militari: 5 criteri per misurare il rischio
Bloomberg Economics propone una guida per interpretare i segnali militari, dato che la guerra tra USA e Iran è ormai un driver primario delle traiettorie economiche e dei mercati. Gli analisti individuano 5 criteri per misurare il grado di tensione di un'azione militare: l'estensione geografica dell'attacco, la frequenza, il tipo di bersaglio (colpire la leadership politica pesa più che colpire un comandante di basso profilo), la sequenza (un'azione non provocata è più pericolosa di una rappresaglia) e il livello di distruzione.

Questi punti non sono esaustivi né applicabili in modo meccanico: la valutazione dipende dal contesto e dalla prospettiva dei diversi attori.
Segnali militari nella guerra in Iran
Applicando questi principi alla guerra in Iran, BE colloca ai vertici della scala l'attacco iniziale lanciato da USA e Israele a febbraio: geografia ampia, frequenza elevata, colpiti anche siti sensibili come i compound della leadership mai toccati durante la guerra di giugno 2025, preavviso limitato, con Trump che aveva accennato solo poche ore prima di valutare un'azione militare, e danni estesi.
Teheran rispose con contrattacchi su forze, basi e alleati statunitensi e con la chiusura dello Stretto di Hormuz. Anche l’ultimo scambio, iniziato l’11 luglio, viene collocato nella fascia più alta della scala, quando gli Stati Uniti hanno condotto 13 giorni consecutivi di raid dopo che l’Iran aveva dichiarato la nuova chiusura dello Stretto e una nave commerciale era stata attaccata.
Dal cessate il fuoco a Project Freedom
Tra gli episodi più contenuti, gli analisti citano la fase successiva al cessate il fuoco del 7 aprile: il 18 aprile l'Iran annunciò la chiusura dello Stretto in risposta al blocco navale USA e aprì il fuoco su alcune navi commerciali, ma Washington non reagì con attacchi, tanto che la tregua fu estesa il 22 aprile e due giorni dopo arrivò l'annuncio della prosecuzione dei negoziati.
Il lancio del Project Freedom il 4 maggio, l'operazione USA per scortare le navi fuori dallo Stretto, innescò invece uno scambio più intenso, con Teheran che colpì mezzi militari e commerciali statunitensi, Washington che rispose su obiettivi iraniani via terra e mare e l'Iran che reagì colpendo forze e alleati americani, pur restando su un livello inferiore rispetto a febbraio.
Il 25 maggio gli Stati Uniti hanno colpito obiettivi in Iran dicendo di rispondere ad attacchi iraniani, scatenando ritorsioni contro forze e partner statunitensi proseguite per giorni e riaccese dall'abbattimento di un elicottero militare USA l'8 giugno. Nonostante l'intensità, una settimana dopo Washington e Teheran hanno comunque annunciato il loro memorandum d'intesa.
Perché il rischio è aumentato dopo il memorandum
Gli scambi successivi al memorandum risultano paradossalmente più aggressivi: il 25 giugno gli USA hanno accusato l'Iran di aver colpito una nave commerciale, rispondendo con raid su Teheran che a sua volta ha attaccato basi statunitensi, con episodi analoghi il 7 e l'11 luglio, fino alla dichiarazione reciproca del 18 luglio di considerare decaduta l'intesa e alla reimposizione del blocco USA sull'Iran.
La lettura di Bloomberg Economics è che entrambe le parti cercassero leva negoziale nella fase post-accordo, dimostrando la disponibilità a difendere le proprie linee rosse nonostante le concessioni fatte.
Gli schemi ricorrenti nelle risposte di USA e Iran
Dal complesso degli episodi emergono alcuni schemi ricorrenti. Gli attacchi USA sul territorio iraniano innescano quasi sempre ritorsioni di Teheran su forze, basi o alleati regionali statunitensi, mentre le azioni iraniane contro asset militari a stelle e strisce spingono spesso Washington a colpire l'Iran.
Gli attacchi a infrastrutture energetiche o impianti di desalinizzazione vengono percepiti come più pericolosi di altri bersagli di Paesi terzi, ma non generano le stesse risposte dirette riservate agli attacchi alle forze.
Anche un'azione classificata come ad alto rischio può restare senza reazione, se una delle parti preferisce preservare uno spiraglio diplomatico.
Fonte: Bloomberg Economics
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