Hormuz, petrolio e recessione: perché l’economia resiste ancora
La chiusura de facto dello Stretto di Hormuz dal 28 febbraio 2026, conseguenza diretta dell'offensiva USA-Israele contro l'Iran, rappresenta secondo l'International Energy Agency la più grande interruzione di forniture nella storia del mercato petrolifero. Il blocco navale dei porti iraniani imposto da Washington il 13 aprile ha sottratto un ulteriore 3% all'offerta globale, portando il deficit complessivo attorno al 13%, contro il 7% della crisi del 1979. Le quotazioni del petrolio hanno risposto con un forte rally, che ha portato le quotazioni del Brent a 111 dollari e quelle del WTI a 105 dollari.
Perché questa crisi è diversa dagli shock degli anni ’70
Lo shock differisce profondamente dai precedenti del 1973 e del 1979 e queste differenze fisiche stanno producendo effetti macroeconomici inattesi. Nelle crisi passate i produttori della regione del Golfo registrarono enormi rendite, gran parte delle quali reinvestite in beni capitali occidentali attraverso il cosiddetto petrodollar recycling.
Questa volta i danni alle infrastrutture sono massicci, le strutture di stoccaggio sono al limite e gli esportatori non riescono a monetizzare i prezzi alti perché non possono consegnare i barili. Il Qatar stima in anni i tempi di ripristino dei propri siti di gas, mentre stando a quanto riporta Rystad Energy il conto per la ricostruzione del comparto energetico nella regione si avvicina a 58 miliardi di dollari. Gli Emirati Arabi Uniti avrebbero persino chiesto assistenza finanziaria a Washington.
I 7 fattori che spiegano la resilienza
Eppure, a oltre due mesi dall'inizio della crisi, l'economia globale ha retto. Le previsioni di consenso sul PIL 2026 sono sostanzialmente invariate rispetto a inizio anno, i PMI manifatturieri sono saliti in tutte le principali economie ad aprile e il PMI composito globale stimato è risalito a 51,4.
La cornice più articolata per spiegare la tenuta arriva da Peter Berezin di BCA Research, che individua 7 meccanismi convergenti.
- Il primo è la natura ritardata degli shock petroliferi: l'evidenza empirica mostra che l'impatto sulla crescita del PIL raggiunge il picco circa 4-6 trimestri dopo l'evento e quello sul livello del PIL 6 trimestri dopo, lasciando spazio a una fase iniziale di apparente normalità.
- Il secondo è il drastico calo dell'intensità petrolifera dell'economia mondiale rispetto agli anni '70, parzialmente controbilanciato però da una maggiore interdipendenza delle filiere, ciò che Berezin definisce O-ring problem, dove il malfunzionamento di un singolo componente può propagarsi all'intero sistema.
- Il terzo è l'ancoraggio delle attese di inflazione di lungo periodo: gli inflation swap a 1 e 2 anni sono saliti nettamente nelle principali economie, ma gli inflation swap 5y5y (le aspettative di inflazione a cinque anni tra cinque anni) restano contenuti, riducendo la pressione sulle Banche centrali a inasprire aggressivamente la politica monetaria.
- Il quarto fattore è la politica fiscale. Lo shock arriva mentre alcune disposizioni del Big Beautiful Bill Act entrano in vigore e il Tesoro statunitense si appresta a versare i rimborsi tariffari. La stessa guerra contro l'Iran costa al governo federale circa 400 milioni di dollari al giorno tra munizioni, manutenzione e sostituzione di materiale, con una quota di questa spesa che si riversa nell'economia reale. Le risposte fiscali fuori dagli USA, in larga parte tagli alle accise sui carburanti, sono concettualmente sbagliate di fronte a uno shock di offerta perché premiano i produttori più dei consumatori e spostano la curva di domanda nella direzione opposta a quella richiesta.
- Il quinto meccanismo è il precautionary buying: S&P Global parla apertamente di “panic” ed “emergency” buying nel report PMI di Stati Uniti, Regno Unito, area euro e Giappone, con le aziende che anticipano gli ordini di input critici per non rivivere le penurie pandemiche.
- Il sesto fattore è il boom dell'intelligenza artificiale: l'investimento USA in hardware e software IT ha toccato il record del 4,9% del PIL nel 1° trimestre 2026, superando il picco del 2000, sostenuto dai capex degli hyperscaler. Una quota rilevante di questa spesa si traduce in importazioni di componenti critici, sostenendo a cascata le economie asiatiche più integrate nella filiera tecnologica, mentre fuori dal tech la spesa per investimenti negli USA resta tiepida.
- Il settimo è la convinzione, riflessa nella profonda backwardation della curva forward del greggio, che lo shock sia temporaneo: gli operatori prezzano un ritorno del Brent sotto i 70 dollari entro un paio d'anni e questa aspettativa frena consumi e occupazione dall'aggiustarsi al ribasso, secondo il vecchio principio FMI per cui si finanziano gli shock temporanei e ci si adatta a quelli permanenti.
Wall Street regge grazie a utili, tecnologia e manifattura
Il riflesso più visibile della resilienza è nei conti delle aziende americane. Con quasi la totalità delle società dell'S&P 500 che ha riportato i risultati del 1° trimestre, la crescita attesa degli EPS a 12 mesi viaggia sul 25%, uno dei valori più alti mai registrati e secondo soltanto ai rimbalzi post-2009 e post-Covid. Il traino arriva dal tech, grazie agli investimenti in intelligenza artificiale. La ripresa si estende anche al settore manifatturiero: l'ISM Manufacturing è tornato sopra 50 a gennaio 2026 dopo 26 mesi consecutivi di contrazione e gli utili del Russell 2000 viaggiano vicino al 30% annuo. Il quadro ribalta quello del 2022, quando lo shock ucraino colpì un ciclo già in decelerazione.
Una crisi dove nessuno è davvero isolato
Il contraccolpo non risparmia nessuno, anche per via dell'interconnessione del sistema energetico globale. Secondo TIME, il paniere delle importazioni di greggio dell'India è passato da 69 dollari di febbraio a oltre 113 di marzo, mentre il 30% del commercio mondiale di fertilizzanti transita per lo Stretto di Hormuz, traducendo le interruzioni del gas naturale in pressioni sui prezzi alimentari fino all'Africa orientale.
Il Giappone, pur disponendo di una delle maggiori riserve strategiche al mondo, ha visto lo yen indebolirsi al punto da costringere le autorità a un raro intervento valutario. Anche gli Stati Uniti, esportatori netti di energia, hanno registrato un'impennata dei prezzi al consumo che ha alimentato dubbi sulla capacità della Casa Bianca di gestire l'economia.
I rischi sotto la superficie
I rischi sono di natura cumulativa, e Berezin individua due faglie sotto la superficie del quadro rassicurante.
La prima è salariale: la crescita del salario nominale globale è scesa dal 5,1% del 2023 al 3% attuale e se l'inflazione evolverà come prezzato dal mercato dei CPI swap il salario reale potrebbe contrarsi di un ulteriore punto percentuale nei prossimi 12 mesi, erodendo la principale leva dei consumi.
La seconda è l'esaurimento degli inventari: Goldman Sachs stima che le scorte petrolifere globali si stiano riducendo al ritmo record di 11-12 milioni di barili al giorno, sufficiente a compensare le perdite di produzione per 14,5 milioni dal Golfo, ma con un orizzonte limitato. Roukaya Ibrahim di BCA prevede l'emergere di carenze diffuse a giugno se l'output non si riprenderà.
Sul fronte geopolitico, Matt Gertken di BCA ritiene gli investitori troppo compiacenti, assegnando il 60% di probabilità a un'intesa USA-Iran ma solo il 30% alla sua tenuta oltre i dodici mesi: come dimostrato dagli Houthi nel Mar Rosso, non serve grande sofisticazione militare per chiudere una rotta strategica.
Il conto potrebbe arrivare in ritardo anche per la Borsa
Anche la Borsa potrebbe rispondere con ritardo, come avvenuto in passato. L'S&P 500 perse soltanto l'11% tra l'inizio della guerra del Kippur e la fine dell'embargo nel marzo 1974, salvo poi cedere un ulteriore 36% nei sette mesi successivi quando la recessione si approfondì. Dopo lo shock del 1979 l'indice toccò invece il proprio massimo storico nel novembre 1981, prima di crollare con l'avvio della recessione del 1981-82.
Condividi su
Informazioni sull'autore
Ti è piaciuto l'articolo?
Non perderti neanche un contenuto, iscriviti subito alla newsletter gratuita di FreeFinance!
Iscriviti alla newsletterArticolo completo su FreeFinance Pro
L'articolo completo è disponibile su FreeFinance Pro, che richiede la registrazione gratuita. Proseguendo, verrai reindirizzato alla pagina dell'articolo sulla piattaforma FreeFinance Pro.