Fed, atteso il primo rialzo dal 2023: decennale USA sotto il 5%

La Federal Reserve si appresta ad alzare i tassi per la prima volta dal 2023, nel tentativo di riportare sotto controllo l'inflazione. Wall Street sconta una probabilità superiore al 90% di un rialzo. In questo quadro, il rendimento del Treasury a 10 anni è sceso di 1 punto base al 4,99%, dopo aver toccato i massimi dal 2007.

A consolidare la certezza di una stretta hanno contribuito il rincaro del petrolio legato alla guerra, i segnali di ripresa dell'inflazione e le preoccupazioni sui conti pubblici. Gli swap incorporano circa 50 punti base di rialzi per il resto dell'anno, riunione di settembre compresa. La decisione rischia però di incrinare i rapporti tra il Presidente della Federal Reserve Kevin Warsh e la Casa Bianca.

Una mancata stretta, o un rialzo non accompagnato da chiarezza sui passi successivi, potrebbe spingere gli operatori a chiedere rendimenti ancora più elevati sulle scadenze lunghe per proteggersi dall'inflazione, comprimendo al tempo stesso quelli a breve, che seguono da vicino la politica monetaria.

Sul fronte commerciale si consolidano le prospettive di un'estensione della tregua tra Stati Uniti e Cina. Le 2 parti stanno discutendo un taglio dei dazi su alcuni beni, tra cui prodotti energetici e agricoli statunitensi, in vista del vertice della prossima settimana.

Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato martedì che incontrerà nel fine settimana la controparte cinese He Lifeng, prima del summit tra Trump e Xi Jinping fissato per il 24 settembre a Washington.

Secondo fonti citate da Bloomberg, i colloqui della prossima settimana dovrebbero portare anche a un accordo per ridurre i dazi sugli input cinesi destinati ai produttori. Le misure rientrerebbero in un piano precedente di tagli reciproci su circa 30 miliardi di dollari di scambi, applicando ad alcune merci cinesi le aliquote previste per la nazione più favorita.

Secondo il Financial Times i 2 negoziatori si vedranno domenica a New York, e Washington offrirebbe soltanto un'estensione semestrale della tregua, in parte perché ritiene che Pechino non abbia dato piena attuazione agli impegni sulle terre rare presi in ottobre all'incontro di Busan, in Corea del Sud.

Battuta d'arresto invece per le criptovalute. Ieri il Senato non è riuscito a far avanzare il Clarity Act, negando al settore la possibilità di trasformare la propria influenza a Washington in regole che avrebbero potuto restare in vigore oltre l’attuale amministrazione.

Le probabilità di approvazione erano già crollate negli ultimi mesi con l'opposizione di alcuni democratici di peso.

Il testimone passa ora alla SEC e alla CFTC, che sotto l'amministrazione Trump hanno allentato le restrizioni sugli asset digitali, ma le cui regole sarebbero più facili da modificare per un futuro governo.

A complicare il quadro ci sono anche le banche, che hanno osteggiato alcune parti del Clarity Act, in particolare le norme sulle remunerazioni legate alle stablecoin, che a loro avviso rischiano di drenare depositi dagli istituti tradizionali.

Tra le notizie societarie, JP Morgan ha indicato attese di crescita per il terzo trimestre nel trading e nelle commissioni di investment banking. Il co-presidente Doug Petno ha dichiarato che nel 3° trimestre i ricavi da negoziazione dovrebbero salire di una percentuale compresa tra il 15% e il 19% circa, con un incremento simile atteso sulle commissioni.

Si tratta di un quadro in netto contrasto con quello di Bank of America, il cui AD Brian Moynihan aveva indicato il giorno prima ricavi trimestrali da trading sostanzialmente piatti rispetto al 2025, con un rallentamento sul finanziamento dovuto in parte alla moderazione dei saldi di prime brokerage in Asia.

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