Iran, Fed e BoE: mercati tra tregua e rischio tassi

Il memorandum d'intesa tra USA e Iran è entrato ufficialmente in vigore: Trump lo ha firmato ieri sera al palazzo di Versailles, a margine del G7.

La notizia ha dato slancio ai future sulle azioni USA e spinto ulteriormente al ribasso il petrolio. L'accordo tuttavia ha scosso la base conservatrice del Presidente USA, che in conferenza stampa ha ridimensionato una serie di posizioni difese strenuamente per anni. L'amministrazione si difende sostenendo che l'Iran è stato sufficientemente indebolito sul piano militare ed economico da rendere raggiunto l'obiettivo di riduzione della minaccia.

Sul nucleare, Trump ha lasciato intendere che Teheran dovrebbe avere il diritto di arricchire l'uranio per scopi civili. Sulla questione missilistica, ha smorzato i toni rispetto all'obiettivo dichiarato a inizio conflitto. Sui fondi congelati, ha infine dichiarato che quel denaro andrà restituito.

Oltre a questo, ieri sera c’è stato il debutto di Kevin Warsh alla guida del Federal Open Market Committee, che ha rimesso in moto le aspettative di rialzo dei tassi. Il numero uno della Fed ha trasmesso un messaggio chiaro: la Banca centrale non tollererà un'inflazione elevata.

I futures sui tassi hanno consolidato le aspettative di un intervento restrittivo di un quarto di punto già a ottobre, appena prima delle elezioni di mid-term. Il tono è stato corroborato dalle proiezioni dei singoli membri del FOMC, metà dei quali si attende un rialzo entro fine anno.

Warsh non ha assunto impegni espliciti su una stretta, ha evitato di spiegare perché la Fed non abbia alzato i tassi già in questa riunione, e ha descritto le deliberazioni interne come "una bella lite in famiglia". Ha anche annunciato la costituzione di diverse task force.

Per il Regno Unito, la Bank of England dovrebbe mantenere fermi i tassi oggi, con il costo del denaro che dovrebbe restare al 3,75%. Il crollo del petrolio di questa settimana ha ridisegnato lo scenario rispetto alle ultime proiezioni della BoE, aprendo la possibilità che l'inflazione raggiunga il picco ben sotto i livelli previsti anche nello scenario più ottimistico. I dati pubblicati mercoledì mostrano un CPI fermo al 2,8% a maggio, al di sotto delle attese del 3%.

Sullo sfondo si agita anche un'incognita politica: l'esito dell'elezione suppletiva nel collegio di Makerfield, dove una vittoria del sindaco della Grande Manchester Andy Burnham potrebbe aprire la strada alla sua candidatura alla guida del Paese al posto del premier Keir Starmer, con i mercati che paventano politiche fiscali più espansive e quindi potenzialmente più inflazionistiche.

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