Yen sotto quota 158: torna il rischio di intervento diretto

Lo yen è tornato protagonista dei mercati asiatici, guadagnando terreno e portando il cambio USD/JPY sotto quota 158. Il movimento ha alimentato per breve tempo le ipotesi di un rate check, cioè una verifica delle quotazioni presso le banche da parte delle autorità, spesso considerata un possibile preludio a un intervento diretto.

Il movimento arriva in vista della riunione della Bank of Japan di settembre ed è stato favorito dalle dichiarazioni di Hajime Takata, secondo cui un rialzo di 25 punti base non rappresenta necessariamente l’unica opzione, aprendo alla possibilità di una stretta più ampia e, in generale, anche di aumenti consecutivi.

Lo yen resta comunque frenato dall'ampio divario di tassi con le altre grandi economie e dai timori sui conti pubblici legati ai piani di spesa aggressivi del Primo Ministro Sanae Takaichi. Gli hedge fund stanno ricostruendo posizioni ribassiste sulla valuta, dopo averle tagliate in seguito all'intervento di luglio.

Un tema più strutturale riguarda la copertura valutaria degli investitori esteri sugli asset USA. Secondo calcoli Bloomberg sui dati disponibili per 6 mercati, al 30 giugno la quota media ponderata di esposizione valutaria coperta era del 41%, il livello più basso almeno dal 2015. Il quadro non è completo e le letture più recenti per Giappone e Canada includono stime.

Il dato riflette l'affievolirsi della corsa alla copertura innescata l'anno scorso dai dazi globali del Presidente USA Donald Trump, man mano che il dollaro si è stabilizzato. Il rischio, secondo Bloomberg, è che i 2 pilastri su cui si è retta finora la scelta di restare scoperti, ossia il costo elevato di proteggersi dal cambio e lo status di rifugio del biglietto verde, vengano messi in discussione contemporaneamente.

Il costo della copertura si sta intanto riducendo. Per gli investitori in yen, coprirsi dal dollaro a 3 mesi costa oggi il 2,75%, minimo da 4 anni, contro il 6% dell'ottobre 2023. Per gli investitori in euro il costo è sceso all'1,32%, minimo da 2 anni. Il dollaro nel frattempo ha perso circa il 2,3% nel trimestre ed è arretrato contro gran parte delle divise del G10, mentre torna in auge il tema del debasement.

Pesano le mosse di Bessent a sostegno dello yen e per contenere i rendimenti USA, oltre ai dubbi sulla volontà del Presidente della Federal Reserve Kevin Warsh di alzare i tassi per frenare l'inflazione, mentre Trump continua a spingere per un costo del denaro più basso.

Sul fronte geopolitico, Trump ha dichiarato che nuovi attacchi contro l'Iran sarebbero probabilmente di breve durata. Gli Stati Uniti stanno però prolungando lo schieramento di truppe legato alla campagna contro l'Iran, un segnale che il conflitto potrebbe protrarsi fino al prossimo anno, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal.

Lato corporate, Broadcom prevede un boom delle vendite di chip per l'intelligenza artificiale: secondo l’AD Hock Tan, i ricavi del segmento dovrebbero raddoppiare a circa 115 miliardi di dollari nell'anno fiscale 2027 e salire a 230 miliardi l'anno successivo.

Tan ha indicato che la domanda supera la capacità produttiva del gruppo, anche per le carenze di componenti.

Nel terzo trimestre fiscale, chiuso il 2 agosto, i ricavi sono saliti dell'86% a 29,6 miliardi di dollari, sopra la stima media di 29,5 miliardi, con EPS adjusted di 3,32 dollari contro attese per 3,23 dollari.

Le previsioni per il 4° trimestre vedono ricavi a 34,8 miliardi, che si confrontano con il consensus Bloomberg a 35,1 miliardi. La guidance ha deluso gli investitori, anche se il titolo è rimbalzato dopo le indicazioni di Tan sul lungo periodo.

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