Trump ricostruisce il muro dei dazi: nuovi prelievi su 60 economie

Gli Stati Uniti applicheranno dazi compresi tra il 10% e il 12,5% sulle importazioni provenienti dalla maggior parte dei principali partner commerciali. È il tentativo più deciso di ricomporre la barriera tariffaria voluta da Donald Trump dopo che la Corte Suprema aveva smantellato la prima versione delle sue misure.

I nuovi prelievi nascono da un'indagine secondo cui circa 60 economie non avrebbero impedito il ricorso al lavoro forzato nelle proprie catene di fornitura, a danno dei lavoratori americani. Una decina di partner ritenuti già dotati di restrizioni adeguate — tra cui Messico, Regno Unito, Canada e India — pagheranno il 10%. Per Unione Europea e Taiwan l'aliquota non supererà il 10%, mentre Giappone, Svizzera e Corea del Sud saranno tassati fino a un massimo del 12,5%, in linea con gli accordi già siglati con Washington. Per decine di altri Paesi la tariffa sarà del 12,5%, con la possibilità che ulteriori dazi si sommino a questa base.

Secondo la notifica pubblicata sul Federal Register, le nuove aliquote sono entrate in vigore venerdì all'01 di notte, ora di New York, senza applicarsi alle merci già imbarcate prima di quel momento. La tempistica non è casuale: i dazi arrivano proprio mentre scade il prelievo globale del 10% introdotto in via provvisoria, così da non lasciare alcun vuoto tra le due misure.

Per dare basi legali più solide alla stretta, l'amministrazione si affida ora alla Sezione 301 del Trade Act del 1974 — lo strumento usato nel primo mandato contro la Cina e sopravvissuto ai ricorsi — anziché ai poteri d'emergenza bocciati dalla Corte. L'indagine raccomandava il 12,5% per i Paesi privi di leggi contro l'import di beni prodotti con lavoro forzato, e il 10% per chi tali norme le ha ma non le applica a sufficienza, o si è impegnato a farlo. L'India, inizialmente prevista al 12,5%, è così scesa al 10%.

"È ora che i nostri partner facciano lo stesso", ha dichiarato il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer, ricordando che gli Stati Uniti vietano da quasi un secolo l'importazione di merci frutto di lavoro forzato. Un funzionario dell'amministrazione ha respinto l'idea che i dazi siano solo un rimpiazzo delle misure annullate, sostenendo che sarebbero stati introdotti comunque.

Restano esclusi carburanti, alimentari e fertilizzanti, così come auto, metalli e farmaci già coperti da dazi settoriali e le merci comprese nell'accordo nordamericano con Messico e Canada. L'amministrazione ha inoltre ricevuto migliaia di richieste di ulteriori esenzioni.

Le reazioni internazionali sono state critiche ma prudenti, senza contromisure. Nuova Zelanda, Australia e Singapore hanno bollato l'iniziativa come "ingiustificata" e priva di fondamento economico, mentre il Giappone chiede garanzie sulla coerenza con l'intesa dello scorso anno. Bruxelles ha sottolineato che la propria aliquota, ferma al 10%, rispetta l'accordo bilaterale e apre spiragli a nuove esenzioni.

Sul piano politico, caricare gli importatori americani di nuovi costi comporta rischi a pochi mesi dalle elezioni di midterm, con il caro-vita già al centro del dibattito e le tensioni legate alla guerra con l'Iran che spingono al rialzo energia e materie prime. Diversi analisti, tuttavia, minimizzano l'impatto immediato: la pressione fiscale complessiva sull'import resta sostanzialmente invariata. "I dazi di stasera fanno più rumore che danno", ha osservato Olu Sonola di Fitch Ratings, avvertendo però che il vero rischio arriverà con i possibili dazi sulla sovracapacità produttiva, ancora in fase di indagine e destinati a sommarsi a questi.

Non finisce qui: dopo il 25% imposto ad alcuni beni brasiliani il 15 luglio e i dazi proposti sul Canada tramite la mai usata Sezione 338, Washington lascia intendere che altre misure sono in arrivo nel corso dell'anno.

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