Yen: l’asse USA-Giappone alza i rischi per gli investitori

Stati Uniti e Giappone hanno avvertito gli investitori di essere determinati a proseguire la difesa dello yen dopo il primo intervento congiunto in 15 anni. Scott Bessent, Segretario al Tesoro USA, ha assicurato su X che Washington non esiterà a tornare sul mercato se necessario, mentre il Ministro delle Finanze giapponese Satsuki Katayama ha confermato la campagna coordinata, alla quale sembrano aver partecipato anche funzionari sudcoreani.

Non è ancora chiaro quanto abbia speso il Tesoro statunitense per sostenere la divisa nipponica dai minimi da 4 decenni, ma il rimbalzo suggerisce un impegno superiore a quello del 1998 e del 2011, quando i contributi USA non superarono il miliardo di dollari.

Intervento sullo yen: quanto hanno speso USA e Giappone

Il Giappone da solo avrebbe speso circa 53 miliardi di dollari giovedì, probabile record per una singola giornata, e circa 34 miliardi venerdì, secondo un'analisi di Bloomberg sui conti della banca centrale.

La valuta giapponese è arrivata a guadagnare l'1,4% sul dollaro nella mattinata di Tokyo, toccando brevemente quota 155,23, anche se non è chiaro se il movimento rifletta un nuovo ingresso delle autorità o la reazione di investitori nervosi e trading algoritmico.

Katayama ha rifiutato di confermare un'ulteriore operazione, mentre Atsushi Mimura, principale diplomatico valutario giapponese, ha sottolineato che entrambe le parti intendono restare vigili, ricordando la comunicazione costante con il Tesoro USA dalla dichiarazione congiunta dello scorso settembre.

La facility della Fed amplia il margine d’azione di Tokyo

Le autorità stanno inoltre ampliando la cassetta degli attrezzi: Katayama ha indicato che Tokyo utilizzerà una linea della Fed che fornisce dollari alle banche centrali usando i Treasury come collaterale, uno strumento nato durante le turbolenze del 2020. La facility consente di accedere fino a 60 miliardi di dollari al giorno senza vendere titoli di Stato USA, limitando l'impatto sui rendimenti e ampliando il raggio d'azione potenziale degli interventi.

Il punto non è secondario per Washington: il Giappone è il maggiore detentore estero di Treasury e vendite per finanziare le operazioni sul cambio rischierebbero di pesare sui bond in una fase in cui i timori di inflazione e la guerra in Iran stanno già spingendo al rialzo i rendimenti.

Uno yen più forte attenuerebbe inoltre le storiche lamentele di Trump sui vantaggi che la debolezza valutaria garantisce agli esportatori giapponesi, anche se il Presidente USA ha presentato l'assistenza come un semplice gesto di amicizia verso Tokyo.

Tassi Fed e Bank of Japan: perché lo yen resta vulnerabile

Sul mercato cresce la speculazione su ulteriori mosse congiunte, con attese in aumento per un rialzo dei tassi di Fed e Bank of Japan a settembre. I dubbi sui piani di spesa della Premier Sanae Takaichi alimentano però il rischio di un nuovo indebolimento della divisa.

Secondo Bloomberg Economics la pressione sullo yen resta strutturale, e anche un rally innescato dagli interventi verrebbe probabilmente riassorbito dalla domanda di dollari legata a importatori e M&A verso l'estero.

Harumi Taguchi, Principal Economist di S&P Global Market Intelligence, osserva che molto dipenderà dall'andamento del cambio nelle prossime settimane: se l'intervento si rivelasse efficace, la Banca centrale giapponese rinuncerebbe probabilmente al rialzo di settembre.

Le opinioni degli analisti

Gli strategist concordano nel ritenere che l'intervento coordinato tra Giappone e Stati Uniti abbia alzato il rischio per chi scommette contro lo yen, mettendo sotto pressione anche l'azionario nipponico.

Per SMBC Trust Bank, il cambio dollaro/yen è sceso sotto la media mobile a 200 giorni, attorno a 158, cancellando mediamente i guadagni delle posizioni contro lo yen e portando in perdita molti investitori dopo la serie di interventi.

A Tokyo i titoli sono stati venduti in modo quasi meccanico in risposta al rafforzamento della valuta, nonostante il rally azionario dell’anno non fosse mai stato trainato dalla debolezza dello yen.

Secondo Shinkin Asset Management, poiché la maggior parte delle società basa le proprie stime di utile su un cambio dollaro/yen compreso tra 150 e 155, i livelli attuali non dovrebbero compromettere in modo sostanziale i profitti.

Diversi analisti sottolineano come la partecipazione statunitense renda la situazione diversa da un'azione unilaterale di Tokyo, ampliando in modo significativo la disponibilità di fondi e la facilità di esecuzione delle operazioni, con il mercato che fatica però a stimare il limite massimo delle risorse impiegabili, un'incertezza che secondo Daiwa Securities pesa nel frattempo sull'azionario.

Per Macquarie, le autorità dispongono di una finestra limitata per intaccare il trend quadriennale di rialzo del dollaro/yen e dovranno spingere il cambio sotto 155 per convincere il mercato della propria determinazione, pena il rischio che gli operatori tornino ad aprire posizioni lunghe sul biglietto verde non appena si esaurirà l’effetto degli interventi.

Saxo Markets ricorda che un rafforzamento duraturo della valuta richiede comunque il sostegno dei fondamentali, come un’ulteriore stretta della Bank of Japan, un calo dei rendimenti USA o una maggiore fiducia nei conti pubblici nipponici. In assenza di questi fattori, l’intervento rischia di rallentare il deprezzamento senza invertirlo stabilmente, mentre il primo impatto sull’azionario locale dovrebbe essere negativo, soprattutto per gli esportatori e per le aspettative sugli utili.

Pelham Smithers Associates avverte infine che, qualora il mercato percepisse un fallimento dell'operazione, lo yen rischierebbe di trasformarsi in una scommessa unidirezionale sul modello della sterlina nel 1992, con conseguenze negative anche sulle prospettive di inflazione giapponesi.

Fonte: Bloomberg

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