Bitcoin: la mossa dell’Iran può cambiare il mercato?
L’Iran ha formalizzato l’obbligo per le navi in transito nello Stretto di Hormuz di pagare in bitcoin un pedaggio di 1 dollaro per barile di petrolio a bordo. Lo ha confermato al Financial Times Hamid Hosseini, portavoce dell’Iran’s Oil, Gas and Petrochemical Products Exporters’ Union, organismo che opera in stretta sinergia con il governo di Teheran. La misura è entrata in vigore nel corso della tregua di due settimane concordata con Washington pochi giorni fa.
Il meccanismo è semplice nella struttura, ma non nell’esecuzione. Gli armatori devono inviare una e-mail alle autorità iraniane con il manifesto di carico; una volta completata la valutazione, alle navi vengono concessi “pochi secondi” per eseguire il pagamento in bitcoin. La scelta delle crypto, ha spiegato Hosseini, serve a rendere i trasferimenti non tracciabili e non sequestrabili in virtù delle sanzioni internazionali. L’Iran non è di fretta, ha precisato.
Il contesto rimane teso. Prima della guerra, circa un quinto del petrolio mondiale transitava per lo Stretto. Da allora il canale è stato di fatto chiuso, con effetti devastanti sui prezzi dell’energia e sull’economia globale. Il Wall Street Journal riferisce che Teheran starebbe dicendo ai mediatori di voler limitare il traffico a circa dodici navi al giorno, oltre a riscuotere i pedaggi.
I conti del Bitcoin
Ai volumi pre-conflitto, un pedaggio da un dollaro al barile genererebbe circa 20 milioni di dollari al giorno di entrate per Teheran. Ai prezzi correnti del bitcoin, questa cifra equivale a circa 281 BTC. Il dato acquista tutto il suo peso se confrontato con la dinamica dell’offerta: la rete Bitcoin emette soltanto 450 nuovi BTC ogni 24 ore. Un singolo chokepoint geopolitico potrebbe dunque assorbire oltre il 62% dell’intera emissione giornaliera.
Lo scenario si fa ancora più estremo se si considera l’ipotesi che l’Iran cominci ad accettare bitcoin anche per una parte delle sue esportazioni petrolifere tout court. Se il 50% delle vendite di greggio iraniane venisse regolato in BTC, si genererebbe una domanda di settlement giornaliera di circa 830 bitcoin: 1,8 volte l’intera emissione quotidiana della rete, secondo le elaborazioni circolate questa settimana tra gli analisti crypto.
Bitcoin come infrastruttura sovrana
La scelta di bitcoin non è casuale. Con le stablecoin e i dollari digitali esposti al rischio di congelamento da parte di Washington, Teheran ha optato per un asset che nessuna controparte centrale può sequestrare o censurare a metà transazione.
Il ragionamento ha una logica: se i flussi di settlement restassero strutturalmente ancorati a Bitcoin e i BTC incassati non venissero immediatamente liquidati, si ridurrebbe la liquidità disponibile sul mercato, con effetti di sostegno al prezzo nel medio periodo. L’effetto sarebbe amplificato dalla percezione di adozione reale da parte di uno Stato, distinta dalla domanda speculativa che ha guidato i cicli precedenti.
Gli analisti avvertono però che il nodo operativo è tutt’altro che risolto: le transazioni Bitcoin richiedono minuti per essere confermate, una tempistica difficilmente compatibile con le esigenze di un corridoio marittimo ad alta densità di traffico.
La questione irrisolta rimane la piena riapertura del canale. Un alto funzionario iraniano ha detto a Reuters che Teheran potrebbe aprire lo Stretto in modo “limitato, sotto il controllo dell’Iran”. Il nuovo Leader Supremo Mojtaba Khamenei ha ribadito le richieste di risarcimento per i danni di guerra, senza sbilanciarsi sui tempi. Lo Stretto di Hormuz resta l’ago della bilancia: tanto per le trattative di pace quanto, ora, per il mercato bitcoin.
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