Warsh al Senato: indipendenza Fed e nodo Tillis

Warsh è arrivato davanti alla Commissione Banche del Senato con tre anomalie a rendere la giornata unica. È il primo candidato Fed dell’era moderna ad aprire l’audizione in dichiarata opposizione alla linea del chair uscente, Jerome Powell. Lo fa mentre il Dipartimento di Giustizia indaga proprio Powell sulla ristrutturazione della sede della Fed. E lo fa senza che sia chiaro quando sarà confermato, perché il senatore repubblicano Thom Tillis blocca qualunque nomina Fed finché l’indagine DOJ non si chiuderà. A tutto ciò si aggiunge una contraddizione nell’amministrazione: Trump chiede tassi ai minimi mondiali mentre il segretario al Tesoro Bessent lascia intendere che un’attesa prima di tagliare è comprensibile.

Le posizioni di Warsh

Sull’indipendenza Warsh ha scelto una difesa muscolare. Ha negato cinque volte, in contesti diversi, che Trump gli abbia chiesto un impegno sui tassi in cambio della nomina, rispedendo al mittente anche un report del Wall Street Journal citato dal senatore Gallego. Ha rifiutato la definizione di “sock puppet” (marionetta) usata ripetutamente da Elizabeth Warren e da Kennedy. Ha accettato però una cornice ambigua: gli interventi pubblici di presidenti, senatori e deputati sui tassi non minacciano, secondo lui, l’indipendenza operativa della Fed.

  • Sul programma di riforma il messaggio è ambizioso ma volutamente vago. Warsh vuole un “regime change” della politica monetaria che tocca quattro fronti:
  • un framework nuovo per misurare e combattere l’inflazione, fondato su dati più accurati - un “data project” congiunto Fed-BLS-privati su un miliardo di prezzi - e su misure come le “trimmed means”; 
  • una comunicazione diversa, con meno forward guidance, meno funzionari che parlano dei tassi in pubblico e conferenze stampa post-FOMC da ripensare;
    più dissenso interno al FOMC, dove i voti sono stati “quasi sempre unanimi” negli ultimi 15 anni;
  • un bilancio più piccolo, fuori dai Treasury a lunga scadenza, ma in un processo “ben coreografato” concordato con il Tesoro. Significativo: Warsh ha dichiarato che la Fed “deve uscire dalla fiscal business e concentrarsi sul monetary business”: via clima, via equità sociale, fuori tutto ciò che eccede il mandato.

Sul breve termine, invece, silenzio sostanziale. Warsh non ha mai detto esplicitamente che la Fed dovrebbe tagliare i tassi. Ha parlato di una “finestra stretta” per riportare giù l’inflazione mentre l’AI si avvicina alla “velocità di fuga” - frase che Chris Anstey legge come possibile sequenza “prima fermo i tassi, poi uso la narrativa AI per tagliare”. Ma quando gli hanno chiesto cosa succederebbe con tassi all’1% (il livello che chiede Trump) ha schivato, appellandosi ai long variable lags della politica monetaria. E sulla disinflazione da AI, pur avendone parlato in passato, oggi ha evitato ogni endorsement esplicito.

Sul patrimonio personale Warsh si è impegnato a cedere praticamente tutti i suoi asset finanziari prima del giuramento, parcheggiandoli in strumenti “plain vanilla” simili alla liquidità o in T-bill, come da accordo con l’Office of Government Ethics.
Ha rifiutato invece di rispondere alla domanda di Warren su chi avesse vinto le elezioni 2020, esitando per la prima volta nell’audizione e appellandosi al principio che la Fed deve stare fuori dalla politica.

Sul resto dell’agenda ha promesso continuità dove il mercato se l’aspettava: niente dollaro digitale (“cattiva scelta di policy”), il dollaro resta “linchpin dell’economia globale”, la politica valutaria spetta al Tesoro.
Ha chiesto invece “riforme sostanziali” al sistema dei pagamenti, incluso FedNow, che qualcuno chiama ironicamente “Fed yesterday”. Sul dossier Cina ha rinviato al Tesoro; sull’agenda di “economic statecraft” di Bessent e Rubio ha promesso supporto.

La view degli analisti

Anna Wong (Bloomberg Economics), la cui view abbiamo analizzato in diversi webinar, offre la sintesi più affilata: sotto l’abito dell’istituzionalista c’è un falco. Wong ricorda che già nel settembre 2008, alla vigilia di Lehman, Warsh si rifiutava di abbandonare le proprie preoccupazioni sull’inflazione. La definizione di stabilità dei prezzi data oggi - “un cambio di prezzi tale che nessuno ne parli” - è un eco di Greenspan e, con il gas in salita per la guerra con l’Iran, implica una diagnosi hawkish. Decisivo, per Wong, il fatto che Warsh abbia evitato di giocare la carta AI-disinflazione quando Tim Scott gliela serviva su un piatto. Conclusione: “un periodo di elevata incertezza sulla politica monetaria” davanti a noi.

Bloomberg Intelligence concorda: il giudizio dei rates strategist smonta la narrativa dovish, nulla nell’audizione suggerisce che Warsh spingerà per tagli significativi, e la curva dei tassi terminali prezza di fatto un solo taglio entro il 2028 - molto lontano dai 75 pb che Trump vorrebbe. Sul bilancio, si ricorda che la sua dimensione attuale è in buona parte imposta dalle regole sul capitale bancario: senza una riforma di quelle regole (che non dipende dalla sola Fed) la riduzione promessa rischia di restare sulla carta.

Libby Cantrill (PIMCO) faceva notare che affinchè Warsh entri prima della pausa estiva, il DOJ deve ritirare l’indagine entro giugno, altrimenti la conferma scivola all’autunno, e Powell resta Chair pro tempore per un periodo significativo dopo la scadenza ufficiale del suo mandato il 15 maggio.

Il duello con Warren, il resto dei democratici, i repubblicani

Warren ha condotto le domande in modo abbastanza duro: attacchi sul sock puppet, sui cento milioni di dollari in asset non divulgati (tra cui potenziali partecipazioni in società di Trump, imprese cinesi, soggetti legati a Epstein o riciclaggio), e la richiesta di riconoscere la vittoria di Biden nel 2020. Warsh ha glissato su tutto, reagendo con combattività ma non rispondendo nel merito. A sorpresa lo ha difeso Tillis, contestando l’attacco sul patrimonio come “cheap shot”.

Gli altri democratici hanno picchiato su affordability, errori passati e impegni sui tassi. Van Hollen ha chiesto cosa succederebbe con tassi all’1%; Reed lo ha accusato di girare in cerchio attorno alle domande; Cortez Masto gli ha ricordato di aver minimizzato i rischi subprime nel 2007-2008; Warnock ha trasformato la richiesta di un voto all’economia in un attacco sull’agenda Trump; Gallego ha chiesto frontalmente chi stesse mentendo tra Warsh e il presidente.

Sul fronte repubblicano la giornata è stata celebrativa. McCormick lo ha introdotto citando Churchill, Scott ha impostato il dibattito sulle “kitchen-table economics”, Hagerty ha toccato il tema del “social engineering” della Fed (e Warsh lo ha accontentato attribuendole responsabilità nell’inflazione pandemica), Britt e Ricketts hanno incalzato su AI e rischi al sistema finanziario.

La vera novità politica: la svolta di Tillis

Durante l’audizione Tillis ha ribadito il blocco con toni molto duri: ha definito l’indagine DOJ “bogus” (pretestuosa, costruita artificialmente, senza fondamento reale) e ha difeso i costi della ristrutturazione. Ma subito dopo, in corridoio con la reporter Tyler Kendall, ha aperto per la prima volta un’ipotesi di uscita dallo stallo: la Commissione Banche del Senato apre una propria indagine indipendente sui costi della ristrutturazione, e in cambio il DOJ chiude la sua. A febbraio Tillis aveva respinto questa idea; oggi l’ha rilanciata lui stesso. È il primo segnale concreto che una via d’uscita si sta cercando e il timing si incastra con la finestra di giugno indicata da Cantrill (PIMCO).

La reazione dei mercati

I movimenti di mercato durante l’audizione sono stati dettati soprattutto dal Medio Oriente, non da Warsh. S&P 500 in negativo dopo aver flirtato con nuovi massimi, Brent vicino a 98 dollari, Treasury yield e dollaro in rialzo, Bitcoin debole. La volatilità complessiva è tornata ai livelli pre-conflitto Iran. E la curva dei tassi terminali BI continua a prezzare un solo taglio entro il 2028: il mercato non si sta muovendo né a favore né contro Warsh, sta semplicemente prendendo nota.

Cosa ci portiamo a casa: i cinque take-away

  1. Retoricamente dovish, strutturalmente hawkish. La frase di Warsh contro Trump “non mi ha mai chiesto un impegno sui tassi” è stata fermissima, ma le sue risposte su inflazione, AI e timing dei tagli dicono che il prossimo chair potrebbe essere meno accomodante di quanto Trump si aspetti.
  2. Il “regime change” è reale ma vago. Cambia tutto (framework dell’inflazione, bilancio, comunicazione, forward guidance, conferenze stampa, metriche) ma ancora non sappiamo come. Ci aspetta un periodo di elevata incertezza di politica monetaria.
  3. Tesoro e Fed sono allineati sul progetto di riforma. Le posizioni di Warsh coincidono con il saggio di settembre di Bessent su International Economy: è un progetto di coppia, non una singola nomina.
  4. L’off-ramp di Tillis è la vera notizia del giorno. Se l’indagine parallela della Commissione Banche partirà davvero e se Trump accetterà di chiudere l’indagine DOJ, Warsh può rientrare nella finestra di giugno per la conferma. Altrimenti Powell resta chair pro tempore fino all’autunno.
  5. Il vincolo del bilancio. La promessa di ridurre il bilancio della Fed è teorica finché non si riformano le regole sul capitale bancario: questo è un nodo che Warsh da solo non può sciogliere, e può trasformarsi in un collo di bottiglia per l’intera agenda riformista.

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