Salta il cessate il fuoco con l’Iran

La finestra diplomatica si è chiusa prima ancora di aprirsi del tutto. Secondo quanto riportato dai media iraniani e confermato da fonti diplomatiche occidentali, l’Iran ha formalmente respinto la proposta di cessate il fuoco degli Stati Uniti, il piano in 15 punti che Washington aveva presentato come base negoziale per porre fine a un conflitto che dura ormai da quasi un mese e ha provocato oltre 4.500 vittime.

La risposta di Teheran non è stata un semplice rifiuto. La Repubblica islamica ha controproposto una propria serie di cinque condizioni che ridisegnano completamente i termini della trattativa: il riconoscimento dell’autorità iraniana sullo Stretto di Hormuz, riparazioni di guerra, la garanzia formale che né gli Stati Uniti né Israele riprenderanno le ostilità, il ritiro delle forze americane dal Golfo Persico e la revoca immediata e incondizionata di tutte le sanzioni. Condizioni che, nella sostanza, ribaltano il rapporto di forza che Washington cercava di imporre.

La vignetta di Bramhall per il NY Daily News spiega perfettamente la situazione: Trump è sdraiato sul lettino dello psicologo e annuncia di star negoziando con gli iraniani da due giorni. Lo psicologo risponde: "Sono nella stanza con noi adesso?".

Il riferimento è chiaro: Washington dichiara di essere in trattativa, ma Teheran nega qualsiasi contatto diretto, le forze armate iraniane hanno dichiarato che gli americani stanno "negoziando con se stessi", e il piano in 15 punti è stato respinto prima ancora di essere formalmente discusso. Il rischio per i mercati è che la diplomazia su cui si fonda l'ottimismo residuo sia, letteralmente, una conversazione che avviene in una stanza vuota.

Il piano americano respinto

Washington ha compilato una lista di dodici richieste affiancate da tre concessioni in cambio, consegnata a Teheran tramite il Pakistan. Alcuni dei 15 punti si sovrappongono. Le richieste comprendono lo smantellamento completo delle infrastrutture nucleari (Fordow, Isfahan, Natanz), la rinuncia all’arricchimento dell’uranio, la consegna delle scorte all’AIEA, la limitazione drastica dell’arsenale missilistico e la cessazione del sostegno ai gruppi per procura.

In cambio, Washington offriva la revoca delle sanzioni, assistenza per l’energia nucleare civile a Bushehr e l’abolizione del meccanismo di snap-back. Un’offerta che chiedeva all’Iran di rinunciare a tutti i suoi strumenti di deterrenza in un colpo solo.

Ecco i 15 punti, secondo Bloomberg:

  1. Lo Stretto di Hormuz resterà aperto e sarà una zona franca per le navi.
  2. I missili balistici iraniani saranno limitati nel numero e nella gittata.
  3. I missili iraniani saranno designati esclusivamente per l’uso in autodifesa.
  4. L’Iran sarà privato di tutte le capacità e le infrastrutture nucleari.
  5. L’Iran rinuncerà alle armi nucleari.
  6. Non vi sarà arricchimento dell’uranio sul suolo iraniano.
  7. Le scorte iraniane di uranio altamente arricchito saranno consegnate all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica secondo un calendario concordato.
  8. I siti nucleari di Fordow, Isfahan e Natanz saranno dismessi e smantellati.
  9. L’Iran si impegnerà per la totale trasparenza nucleare e per le relative ispezioni indipendenti.
  10. L’Iran abbandonerà il paradigma del sostegno ai gruppi terroristici per procura.
  11. L’Iran cesserà di finanziare e sostenere tali gruppi.
  12. L’Iran dichiarerà la fine della guerra.
  13. Le sanzioni contro l’Iran saranno revocate.
  14. Gli Stati Uniti assisteranno l’Iran con l’energia nucleare civile presso l’impianto di Bushehr.
  15. Il meccanismo di snap-back per le sanzioni sarà abolito.

Cos’è il meccanismo di snap-back? Si tratta di una clausola introdotta dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA, 2015). Consente a qualsiasi Paese firmatario di ripristinare unilateralmente tutte le sanzioni ONU contro l’Iran, senza bisogno di un nuovo voto al Consiglio di Sicurezza e soprattutto senza che Russia o Cina possano porre il veto. È stato concepito come deterrente: se Teheran viola l’accordo, le sanzioni “scattano di nuovo” in automatico.

Per Washington, offrire l’abolizione dello snap-back è una concessione significativa (punto 15): significa rinunciare all’unico strumento che permette di reimpostare le sanzioni rapidamente in caso di inadempienza iraniana, senza passare per il veto russo-cinese al Consiglio di Sicurezza. Per Teheran, invece, l’abolizione dello snap-back (punto 5) è una condizione minima e non negoziabile: l’Iran considera il meccanismo intrinsecamente ingiusto, perché concede a una singola parte occidentale il potere di annullare qualsiasi revoca delle sanzioni in modo unilaterale.

Le cinque controproposte iraniane

La controproposta iraniana riflette la posizione di un Paese che non si percepisce come sconfitto e intende usare il controllo sullo Stretto come leva massima:

  1. Riconoscimento formale dell’autorità iraniana sullo Stretto di Hormuz, incluso il diritto di regolarne il transito.
  2. Riparazioni di guerra per i danni causati dai bombardamenti americani e israeliani alle infrastrutture civili e militari.
  3. Garanzia vincolante che Stati Uniti e Israele non riprenderanno attacchi contro il territorio iraniano.
  4. Ritiro delle forze militari statunitensi dalla regione del Golfo Persico.
  5. Revoca immediata e incondizionata di tutte le sanzioni, senza meccanismo di snap-back.

Le distanze tra le due posizioni sono abissali. L’Iran chiede essenzialmente la sovranità su Hormuz e la resa strategica americana nella regione. Washington chiede il disarmo nucleare e missilistico completo. L’unico interlocutore possibile sembra essere Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che è considerato la controparte più probabile per Trump in eventuali colloqui diretti. Ma il percorso è lungo e pieno di ostacoli.

L’escalation militare si intensifica

Mentre la diplomazia si arena, il conflitto si intensifica su più fronti. La centrale nucleare iraniana di Bushehr è stata colpita di nuovo, secondo quanto riportato da Press TV che cita l’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran. È il secondo attacco a un impianto nucleare civile, un’escalation dal significato simbolico e pratico enorme, con potenziali implicazioni ambientali per l’intera regione.

L’Iran ha continuato ad attaccare Israele e gli stati arabi del Golfo. Un raid contro il Kuwait ha provocato l’incendio di un serbatoio di carburante nell’aeroporto principale. Il bilancio complessivo del conflitto ha superato le 4.500 vittime: circa tre quarti in Iran, oltre 1.000 in Libano dove Israele combatte Hezbollah, e decine in Israele e negli stati del Golfo.

Sul fronte dell’arsenale, Bloomberg ha analizzato le capacità residue dell’Iran: missili e droni sono stati significativamente consumati ma restano operativi. La capacità di colpire resta intatta, anche se l’inventario si sta riducendo.

Nel frattempo, il Pentagono ha chiesto lo spostamento di 1,5 miliardi di dollari verso Lockheed Martin e RTX (Raytheon) per accelerare la produzione di intercettori missilistici: un segnale chiaro che Washington si prepara a una guerra lunga. In più gli Stati Uniti hanno ordinato il dispiegamento di migliaia di soldati dell'Esercito e dei Marines in Medio Oriente, con i primi contingenti attesi nella regione entro fine settimana, mentre l'amministrazione valuta le opzioni per forzare la riapertura dello Stretto di Hormuz. La combinazione di rinforzi militari sul campo e accelerazione della produzione missilistica indica che Washington non sta solo preparando una posizione negoziale ma sta predisponendo l'infrastruttura per un'escalation.

Lo Stretto di Hormuz: il pedaggio della guerra

L’Iran sta consolidando il controllo sullo Stretto con un sistema di pedaggi informale. Secondo Bloomberg, Teheran sta chiedendo 2 milioni di dollari per transito alle navi commerciali che vogliono attraversare. Solo poche petroliere sono passate dall’inizio del conflitto. I flussi restano al 3% dei livelli normali.

L’Arabia Saudita sta cercando di aggirare il blocco: le esportazioni di greggio dai porti del Mar Rosso sono in aumento, mentre quelle dal Golfo restano bloccate. Ma la capacità dei porti sul Mar Rosso è limitata e non può compensare i volumi che transitavano da Hormuz. Il risultato è un mercato del petrolio strutturalmente in deficit.

Il sentiment degli investitori

Oggi abbiamo lanciato un sondaggio sul canale Telegram Obiettivo Resilienza chiedendo agli investitori se il rimbalzo di mercato fosse un’occasione di acquisto, un’opportunità per fare derisking, o solo rumore. I risultati sono eloquenti: il 63% ha risposto “Too early to call” - solo rumore; il 20% ha colto l’occasione per fare derisking (sell the rip), appena il 17% ha visto un’opportunità di acquisto.

Gli investitori prudenti avevano probabilmente ragione: la finestra potrebbe essersi chiusa ancora prima di aprirsi. Il rimbalzo di oggi, alimentato dalle speranze di pace, sembra essere esattamente quello che la maggioranza temeva: rumore, non segnale.

E in effetti, in un mercato dove i tweet di un presidente possono muovere i mercati più di qualsiasi modello quantitativo, la cautela non è viltà, è buon senso.

Come recita un meme che circola tra i trader in queste ore: “Your Technical Analysis Is No Match Against My Tweets.”: una battuta amara che cattura perfettamente il dilemma di chi opera in mercati dove la geopolitica e i social media contano più dei fondamentali. Ogni dichiarazione di Trump può far oscillare il Brent di 10 dollari e l’S&P di 100 punti. In questo contesto, la maggioranza del sondaggio sta probabilmente facendo la scelta giusta: aspettare.

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