La pausa di Trump sull’Iran non convince i mercati

Nella giornata di giovedì, Donald Trump ha prolungato per la seconda volta il proprio ultimatum all’Iran, spostando di ulteriori 10 giorni la scadenza oltre la quale ha minacciato di colpire le infrastrutture energetiche di Teheran. Il Presidente ha dichiarato che i colloqui procedono "molto bene" e che il rinvio è avvenuto su richiesta iraniana.

L’annuncio ha attenuato il peggior sell-off mensile dei mercati azionari globali dal 2022, con i futures sugli indici americani ed europei in rialzo nella sessione asiatica. Il Brent si trova intorno a 108 dollari al barile, segnando un rialzo di circa il 49% solo a marzo. 

Dietro i negoziati: escalation militare in preparazione?

Dietro la narrativa diplomatica, i movimenti militari raccontano una storia diversa. Stando a quanto riporta il Wall Street Journal, il Pentagono sta valutando l’invio di fino a 10.000 soldati aggiuntivi nella regione, a complemento dei 7.000 Marines e delle truppe della 82° divisione aviotrasportata già in rotta verso il Golfo. Nell’analisi pubblicata oggi da Bloomberg Opinion, Marc Champion osserva che "il rinvio concede più tempo agli Stati Uniti per concentrare le forze" e che la combinazione tra la proroga americana e la contestuale avanzata della legislazione iraniana sullo Stretto è compatibile con "un conflitto più lungo".

La posizione dell'Iran: sfiducia e rischio di offensiva

La lettura iraniana del negoziato è esplicitata da Seyed Hossein Mousavian, ex diplomatico e membro del team negoziale di Teheran sul nucleare, contattato da Champion. Per Mousavian, il parlare di accordi da parte di Washington non è che "una nuova forma di inganno, più grande delle due precedenti", con riferimento alle trattative nucleari in corso entrambe le volte in cui gli Stati Uniti hanno colpito l’Iran. 

Teheran ritiene che questo gioco delle parti serva a coprire "l’esecuzione, nei prossimi giorni, di una grande operazione militare decisiva contro l’Iran nel Golfo Persico, un’operazione anfibia accompagnata da attacchi pesanti alle infrastrutture nelle regioni meridionali del Paese". Il precedente è già stabilito: entrambi gli attacchi americani si sono verificati mentre erano in corso negoziati.

Condizioni inconciliabili: perché un accordo è improbabile

Le condizioni in campo rendono un accordo a breve termine strutturalmente improbabile. Il piano in 15 punti avanzato da Washington chiede a Teheran di restituire lo Stretto di Hormuz allo status di acque internazionali, smantellare l’intero programma di arricchimento dell’uranio, accettare ispezioni complete, limitare i missili balistici e cessare il sostegno alle milizie proxy.

Secondo Champion, si tratta delle stesse condizioni di resa già rifiutate prima del 28 febbraio, con l’aggiunta di Hormuz, divenuto problema da risolvere solo in virtù della guerra stessa. L’Iran ha risposto con cinque richieste che includono la cessazione di tutte le ostilità americano-israeliane, riparazioni di guerra e il riconoscimento internazionale della sovranità iraniana sullo Stretto.

Il Majlis sta intanto accelerando una legislazione per scrivere questa sovranità nel diritto iraniano. Prima del conflitto il regime era in crisi economica profonda: Hormuz rappresenta oggi la sua principale leva di sopravvivenza.

Il nodo Hormuz e l'impatto sistemico globale

Dal solo 2024, secondo il Kiel Institute, 773 miliardi di dollari di merci non petrolifere hanno transitato per lo Stretto, una media del 14,9% delle esportazioni globali per categoria, oltre al 25% del greggio marittimo mondiale e al 20% del commercio di GNL.

Obbligazioni e inflazione: il rischio che il mercato sottovaluta

L'obbligazionario non sta scontando alcuna risoluzione. Rich Nuzum di Franklin Templeton ha dichiarato a Bloomberg TV che i mercati "stanno sottostimando in modo significativo" l’impatto del conflitto sull’inflazione: "eravamo entrati in una fase in cui le autorità monetarie avevano spazio per allentare la politica perché l’inflazione era sotto controllo. Quella fase è finita"

Macquarie quantifica il rischio estremo: se la guerra si protraesse fino a giugno con lo Stretto chiuso, il Brent potrebbe raggiungere i 200 dollari al barile, scenario cui la banca d’investimento attribuisce una probabilità del 40%. Il quadro di offerta si complica ulteriormente per via di un ciclone che ha ridotto la produzione di tre impianti australiani che coprono circa l’8% del commercio mondiale di GNL, mentre i prezzi del gas liquefatto in Asia sono già saliti di oltre il 90% dall’inizio del conflitto.

Un’inflazione strutturalmente più alta per un orizzonte esteso è incompatibile con un rimbalzo obbligazionario, indipendentemente dall’esito delle trattative nelle prossime settimane.

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