Kevin Warsh al Senato: la Fed tra indipendenza e pressioni di Trump

Alle 10 del mattino di Washington, le 16 in Italia, di martedì 21 aprile Kevin Warsh si presenterà davanti al Senate Banking Committee per l'audizione di conferma alla presidenza della Federal Reserve.

È il passaggio istituzionale più atteso dell'anno in ambito economico: il successore designato di Jerome Powell, il cui mandato scade il 15 maggio, dovrà convincere i senatori delle proprie credenziali di indipendenza mentre, sullo sfondo, l'amministrazione Trump chiede a gran voce un taglio dei tassi di interesse e la guerra con l'Iran alimenta una nuova ondata inflazionistica. Eppure, come osservano diversi analisti nelle ore che precedono l'udienza, il vero ostacolo alla nomina non si trova in aula: si chiama Thom Tillis, senatore repubblicano del North Carolina, e chiede ben altro.

Chi è Kevin Warsh

Per capire l'importanza di questa nomina occorre partire dal profilo del candidato. Kevin Maxwell Warsh, cinquantasei anni, originario di Albany (New York), non è una figura nuova per i corridoi della banca centrale americana. Laureato a Stanford e con un J.D. ad Harvard, ha iniziato la carriera a Morgan Stanley come investment banker, occupandosi di fusioni e acquisizioni. Nel 2006, a soli 35 anni, è stato nominato da George W. Bush governatore della Federal Reserve, diventando il più giovane membro del Board di sempre.

Gli anni più delicati del suo mandato sono stati quelli della crisi finanziaria globale: Warsh ha giocato un ruolo di raccordo tra la Fed, il Tesoro e Wall Street, contribuendo alla progettazione di alcuni degli strumenti di emergenza che hanno salvato il sistema bancario. Si è dimesso nel 2011, in aperta polemica con la svolta espansiva di Ben Bernanke, in particolare con il secondo programma di acquisto titoli (il cosiddetto QE2), che Warsh considerava eccessivo e potenzialmente destabilizzante.

Dopo la Fed, ha tenuto una cattedra alla Hoover Institution di Stanford, è stato consulente di diverse società di investimento e, nel 2017, era stato uno dei nomi più accreditati per succedere a Janet Yellen. Allora la scelta di Trump cadde su Powell. Oggi, nove anni dopo, il cerchio si chiude: Warsh raggiunge un obiettivo che - come hanno sottolineato più testate - insegue "da oltre un decennio". Alle informazioni patrimoniali depositate in vista dell'audizione, risulta detenere oltre 130 milioni di dollari in attività, un patrimonio che lo rende uno dei candidati finanziariamente più esposti della storia della banca centrale.

Cosa dirà oggi: le dichiarazioni di apertura già diffuse

Le osservazioni introduttive di Warsh sono state diffuse lunedì dal Banking Committee e ruotano attorno a due concetti che il candidato ha scelto con cura: "indipendenza" e "stare nella propria corsia". Saranno queste parole, letture comprese, ad aprire l'audizione delle 16. Il Q&A con i senatori, che tipicamente dura diverse ore, arriverà subito dopo ed è in quel passaggio - non nelle dichiarazioni preparate - che la maggior parte dei mercati attende le vere novità.

Sull'indipendenza, la formula è classica: "Sono impegnato a garantire che la conduzione della politica monetaria resti rigorosamente indipendente". Ma il passaggio più interessante è quello successivo, che molti osservatori leggono come un messaggio diretto all'amministrazione: "Non credo che l'indipendenza operativa della politica monetaria sia particolarmente minacciata quando funzionari eletti - presidenti, senatori, membri della Camera - esprimono le loro opinioni sui tassi di interesse". In altre parole: Trump può dire quello che vuole, ma le decisioni le prendiamo noi.

Il secondo concetto è quello della "corsia". Warsh accusa, senza fare nomi, la Fed degli ultimi quindici anni di aver spinto la propria credibilità "fino al margine estremo, se non oltre, delle responsabilità statutarie" assegnate dal Congresso. Il suo argomento, in termini semplici, è questo: la Fed è davvero indipendente solo quando fa politica monetaria; quando invece si occupa di supervisione bancaria, di finanza internazionale, di gestione dei fondi pubblici o, peggio, di temi di politica fiscale e sociale, non può reclamare lo stesso grado di autonomia dal potere politico eletto. "L'indipendenza della Fed è a rischio soprattutto quando sconfina in politiche fiscali e sociali in cui non ha né autorità né competenza", scrive nel testo. La banca centrale, aggiunge, "non deve agire come un'agenzia di uso generale del governo degli Stati Uniti".

Il terzo pilastro è l'inflazione. Qui Warsh è netto: "L'inflazione è una scelta, e la Fed deve assumersene la responsabilità". Nei suoi appunti, un solo riferimento al mercato del lavoro, in contrasto con la pratica recente della banca centrale di bilanciare esplicitamente i due obiettivi del mandato duale. È un segnale, ripreso da CNBC e Bloomberg, che Warsh vorrebbe riportare il baricentro della Fed verso la stabilità dei prezzi, lasciando il tema occupazionale più sullo sfondo.

Il nodo Tillis: perché la conferma non si gioca in audizione

Il paradosso di questa giornata è che le parole di Warsh, per quanto calibrate, rischiano di contare molto poco nell'esito finale. La maggioranza repubblicana in Senate Banking Committee è risicatissima: basta un voto contrario per far saltare il passaggio in commissione. E quel voto, da mesi, lo sta trattenendo Thom Tillis, senatore repubblicano del North Carolina.

La ragione è politica, non economica. Tillis ha posto una condizione esplicita: non voterà alcun candidato alla presidenza della Fed fino a quando il Dipartimento di Giustizia non lascerà cadere l'indagine aperta nei confronti di Jerome Powell. L'indagine riguarda la testimonianza resa dallo stesso Powell al Congresso sui lavori di ristrutturazione della sede della Federal Reserve, un progetto da miliardi di dollari che negli ultimi anni ha alimentato numerose polemiche sui costi e sulle giustificazioni fornite. Tillis considera quell'inchiesta un atto politicamente motivato contro un funzionario che ha cercato di difendere l'autonomia della banca centrale dalle pressioni della Casa Bianca.

L'assunto diffuso tra gli osservatori è che il braccio di ferro si risolverà, in un modo o nell'altro, prima della scadenza del mandato di Powell. Ma - e questo è il punto - nessuna risposta che Warsh possa fornire al Banking Committee sposterà in maniera significativa la posizione di Tillis. In altre parole: non importa cosa Warsh dirà perchè il destino della nomina dipende dall'esito del caso Powell e dalle trattative interne al partito repubblicano.

La pressione di Trump sui tassi e la "via d'uscita" iraniana

Un secondo tema attorno a cui Warsh dovrà muoversi con delicatezza è la pressione pubblica di Donald Trump per un abbassamento immediato dei tassi di interesse. Il presidente ha ripetuto negli ultimi mesi che la Fed è "troppo lenta", che i tassi attuali soffocano crescita e mercato immobiliare e che un taglio sarebbe dovuto "già ieri". Un messaggio che, tradotto nel linguaggio dei mercati, suona come un tentativo di influenzare direttamente la politica monetaria, esattamente ciò che l'indipendenza della Fed dovrebbe impedire.

Warsh, in questo quadro, ha una via d'uscita quasi pronta. La guerra con l'Iran, lo shock petrolifero legato alla chiusura dello Stretto di Hormuz, il rialzo dei prezzi dell'energia rendono tecnicamente impraticabile un taglio dei tassi nel breve periodo: farlo con l'inflazione di nuovo in salita significherebbe perdere in un mese quella credibilità antinflattiva che Warsh ha promesso di rimettere al centro. È una circostanza che, paradossalmente, gli permette di rispondere alla Casa Bianca senza contraddirla apertamente: non taglierò i tassi, ma non perché voglia sfidare Trump, piuttosto perché le condizioni macroeconomiche non lo consentono.

È una linea sottile, e sarà uno dei punti su cui i senatori democratici concentreranno le loro domande nell'audizione delle 16: le minacce di licenziamento, i commenti pubblici, le pressioni sulla Fed - in che misura Warsh considera tollerabili queste interferenze? La traccia delle sue osservazioni scritte suggerisce la cornice della risposta: le opinioni dei politici eletti sono legittime e normali in democrazia, ma la conduzione concreta della politica monetaria resta di esclusiva competenza del Federal Open Market Committee. Non una dichiarazione di guerra, ma neppure una resa.

Che cosa cambia per i mercati e per l'economia

Per gli investitori, la nomina di Warsh apre un doppio scenario. Da un lato, un presidente dichiaratamente favorevole a una Fed "più magra", meno attiva in ambiti non strettamente monetari, orientata a una riduzione del bilancio e attento alla stabilità dei prezzi. È una prospettiva in linea con le posizioni espresse da Warsh già nel 2010-11 contro il QE e, più di recente, in articoli sul Wall Street Journal in cui criticava la gestione degli acquisti di titoli durante la pandemia. Per i titoli di Stato americani, questa impostazione potrebbe tradursi in una curva dei rendimenti più ripida e, nel medio periodo, in tassi reali più alti.

Dall'altro lato, c'è il tema della credibilità della banca centrale. Un presidente nominato da Trump, con un patrimonio personale rilevante in portafogli finanziari e con la necessità di mantenere rapporti civili con la Casa Bianca, dovrà dimostrare di poter dire "no" quando sarà il momento. I mercati, da sempre, premiano le banche centrali che riescono a convincere di avere la volontà e il mandato per resistere alle pressioni politiche. Su questo tema Warsh, nelle sue prime parole, ha giocato in difensiva: parla di indipendenza ma senza polemizzare con Trump, e disegna una Fed più "modesta" nei suoi ambiti di intervento, così da ridurre le occasioni di attrito con il potere eletto.

Sul fronte bancario, infine, la sua impostazione sembra orientata a una de-enfasi del ruolo regolatorio della Fed in aree di supervisione macroprudenziale. È una tendenza che interessa direttamente anche le banche europee quotate negli Stati Uniti, i requisiti di capitale (la cosiddetta Basel III Endgame), e più in generale la coordinazione internazionale in materia finanziaria. Un tema che, nell'audizione odierna, i senatori democratici proveranno a far emergere con domande puntuali su Dodd-Frank, sui test di stress e sul ruolo della Fed nella gestione delle crisi delle banche regionali.

Cosa guardare dopo le 16: oltre l'audizione

Conclusa l'udienza, la palla torna in mano al Senato. Il percorso tipico prevede un voto in commissione entro una settimana o dieci giorni, seguito dal voto dell'aula.

Il calendario politico è stringente: il mandato di Powell scade il 15 maggio; se entro quella data non ci sarà un successore confermato, il vicepresidente della Fed Philip Jefferson assumerebbe ad interim la conduzione delle riunioni, in una fase delicatissima per i mercati globali.

Il risultato più probabile, secondo la maggior parte degli analisti politici, è che Trump e la leadership repubblicana finiranno per cedere sul caso Powell - magari con un accordo informale che ridimensioni l'indagine del Dipartimento di Giustizia - pur di ottenere il via libera di Tillis e confermare Warsh. Nessuno, dentro il partito, vuole rischiare una vacanza alla guida della Fed in piena crisi mediorientale.

Per il pubblico italiano ed europeo, la posta in gioco è rilevante. La Federal Reserve resta la bussola della politica monetaria mondiale: il tono che Warsh imprimerà ai tassi, alla gestione della liquidità in dollari, alla supervisione bancaria e alla cooperazione con la Banca Centrale Europea inciderà direttamente sui rendimenti dei BTP, sul cambio euro-dollaro, sui costi di finanziamento delle imprese italiane che operano oltreoceano e, più in generale, sulla velocità con cui l'inflazione scenderà dai livelli ancora alti di questi mesi. Un presidente che promette di riportare la Fed "nella sua corsia" può rassicurare nel breve periodo, ma può anche significare, in caso di nuova turbolenza finanziaria, una banca centrale meno pronta a intervenire su fronti non strettamente monetari.

L'audizione di oggi, in definitiva, avrà una funzione più cerimoniale che sostanziale. Permetterà a Warsh di mostrare il proprio equilibrio, offrirà ai senatori un palcoscenico per mandare messaggi pubblici, darà ai mercati qualche elemento in più per leggere la traiettoria futura della Fed. La decisione vera, però, si gioca altrove: dentro il Partito Repubblicano, tra la Casa Bianca e il Dipartimento di Giustizia, e attorno alla figura del suo predecessore Jerome Powell. È lì, non in aula, che si capirà se Warsh diventerà il diciassettesimo presidente della Federal Reserve.

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