Petrolio: quali rischi dalla chiusura dello Stretto di Hormuz?
Secondo Goldman Sachs, ci sono notevoli rischi al rialzo per le previsioni sul prezzo del petrolio, che attualmente vedono un Brent a 66 dollari nel 4° trimestre 2026 e a 70 dollari nel 2027. La banca assume come scenario base una normalizzazione graduale dei flussi nello Stretto di Hormuz in circa 28 giorni
GS ha utilizzato due modelli, uno che guarda all’evoluzione dei prezzi quando l’incertezza sullo Stretto di Hormuz si è attenuata e un altro che osserva lo shock stesso, quando il premio riflette l’alta incertezza alla durata dell’interruzione.

Il fair value del petrolio viene stimato sulla base dell’impatto cumulativo sulla produzione di greggio del Golfo Persico e sulle scorte commerciali OECD, tenendo conto delle misure politiche come il rilascio di riserve strategiche. In assenza dello shock iraniano, il valore equo del Brent sarebbe stimato poco sopra i 60 dollari al barile.
Gli scenari ipotizzano che i flussi nello Stretto di Hormuz scendano a circa 2 milioni di barili al giorno rispetto ai circa 20 milioni normalmente transitanti, con un effetto netto di circa 15 milioni di barili al giorno di esportazioni in meno dal Golfo Persico dopo aver considerato pipeline alternative e risposte politiche.

In uno scenario in cui l’export del Golfo Persico subisse un calo di 15 milioni di barili al giorno per 30 giorni, nel 4° trimestre 2026 le quotazioni potrebbero arrivare a 76 dollari. Se il periodo si estendesse a 60 giorni, il prezzo potrebbe salire fino a circa 93 dollari.
Durante lo shock, se i flussi rimanessero molto bassi per tutto il mese di marzo, il mercato potrebbe richiedere una rapida distruzione della domanda per evitare un eccessivo calo delle scorte. In questo caso, i corsi potrebbero temporaneamente superare i picchi registrati nel 2008 e nel 2022.
Fonte: ricerca Goldman Sachs
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