Stretto di Hormuz: perché la chiusura è un problema anche per la Cina
Diversi investitori nel nostro ultimo video ci hanno fatto delle domande e commenti sulla chiusura dello stretto di Hormuz, soprattutto con riferimento alla Cina. Si tratta di un tema cruciale, perché la narrativa dominante tende a presentare Pechino come relativamente al riparo dalla crisi grazie al suo rapporto privilegiato con Teheran. La realtà è molto più complessa. Abbiamo quindi deciso di dedicare un approfondimento specifico a questo argomento.
Cosa significa “chiusura” dello Stretto di Hormuz?
Lo Stretto di Hormuz è “chiuso” perché l’Iran ha imposto un blocco selettivo che ha abbattuto di oltre il 95% i transiti degli esportatori non iraniani del Golfo. Il termine “chiusura” non significa che nessuna nave passa fisicamente. Significa che l’Iran controlla militarmente chi transita e chi no, con avvisi radio trasmessi dalle forze armate iraniane, la presenza massiccia di unità navali dei Pasdaran e attacchi diretti contro almeno tre petroliere. È un blocco sovrano su una rotta internazionale e questo, nel diritto marittimo e nei mercati energetici, equivale a una chiusura.
Solo le navi “approvate” da Teheran passano: tra queste ci sono quelle iraniane (calate solo leggermente), alcune indiane (che hanno ottenuto il transito di alcune navi LPG tramite diplomazia diretta con Teheran) e quelle cinesi, dato che Pechino è il principale acquirente di petrolio iraniano.
Dall’inizio del conflitto, l’Iran ha spedito almeno 11,7 milioni di barili di greggio attraverso lo Stretto, tutti diretti in Cina.
Perché Hormuz è un problema serio anche per la Cina
Prima della guerra, attraverso Hormuz arrivavano alla Cina circa 5,4 milioni di barili al giorno, più del doppio di quanto riceve dalla Russia.
La Cina era il maggior importatore singolo di greggio attraverso lo Stretto, con circa un quarto di tutti i flussi petroliferi diretti ai suoi porti e quasi la metà (~47%) delle proprie importazioni totali dipendente da quella rotta.
Ma quei 5,4 milioni non erano tutti iraniani. Erano la somma di tutti i fornitori del Golfo: Arabia Saudita (~1,6 mbd), Iraq (~1,3 mbd), UAE (~0,8 mbd), Kuwait (~0,35 mbd) e Iran (~1,4 mbd). A questi si aggiungeva circa il 30% del GNL importato dalla Cina, proveniente soprattutto dal Qatar.
Il petrolio iraniano, quindi, rappresentava solo il ~12% delle importazioni totali cinesi, una fetta relativamente piccola. Il rapporto era invece molto più sbilanciato visto dall'altra parte: l'80-90% di tutto il petrolio esportato dall'Iran finiva in Cina, che era di fatto l'unico grande cliente di Teheran.
Quando l'Iran ha chiuso lo Stretto, ha bloccato le navi di tutti gli altri esportatori del Golfo ma non le proprie. Il risultato è che quei ~4 milioni di barili al giorno da Saudi, Iraq, UAE e Kuwait si sono azzerati di colpo, mentre il petrolio iraniano ha continuato a fluire, anche se in quantità ridotta: da ~1,4 a ~1,2 milioni di barili al giorno.
Il calo del ~15% è dovuto ai danni inflitti dai bombardamenti americani e israeliani alle infrastrutture petrolifere iraniane e alle complicazioni logistiche della guerra.
Anche il Qatar, il maggior esportatore mondiale di GNL, è stato colpito direttamente: un missile iraniano ha danneggiato l'impianto di Ras Laffan il 18 marzo, distruggendo due dei 14 treni di liquefazione e il 17% della capacità di esportazione, con QatarEnergy che ha dichiarato forza maggiore sull'intera produzione.
In sintesi: la Cina non ha perso il petrolio iraniano ma ha perso tutto il resto: ha perso accesso a oltre 4 milioni di barili al giorno dal Golfo, passando dal ricevere il ~47% delle proprie importazioni via Hormuz a riceverne solo il ~10-11%.
Il meccanismo Cina-Iran: raffinerie teapot e pagamenti in renminbi
Il petrolio iraniano, che prima del conflitto copriva circa 1,4 milioni di barili al giorno (il 12% delle importazioni totali cinesi), non era acquistato dalle grandi compagnie statali come PetroChina o Sinopec. I principali acquirenti erano le cosiddette “raffinerie teapot”, piccole raffinerie private e indipendenti, concentrate soprattutto nella provincia dello Shandong. Queste raffinerie pagavano il greggio iraniano in renminbi attraverso il CIPS (Cross-border Interbank Payment System), il sistema di pagamenti interbancari cinese, evitando così lo SWIFT e lo scrutinio occidentale sulle transazioni con paesi sanzionati.
Questo meccanismo ha permesso alla Cina di continuare a ricevere petrolio iraniano anche dopo il blocco, ma i volumi sono limitati a ciò che l’Iran può effettivamente esportare, e le raffinerie teapot hanno comunque perso accesso al greggio a basso costo dei fornitori arabi del Golfo, trovandosi a pagare prezzi molto più alti in un mercato estremamente teso.
La Russia può colmare il vuoto?
Per compensare il crollo delle forniture dal Golfo, la Cina ha dovuto accelerare le importazioni dalla Russia. I numeri lo dimostrano: già a gennaio 2026, prima dell’inizio della guerra, gli acquisti di greggio russo da parte delle raffinerie indipendenti cinesi erano cresciuti dell’11,7%, raggiungendo il record di 1,51 milioni di barili al giorno, mentre quelli dall’Iran erano scesi del 14,4%, segno che Pechino stava già diversificando preventivamente.
Nei primi due mesi del 2026 la Russia ha esportato verso la Cina circa 300.000 barili al giorno in più rispetto ai livelli precedenti, raggiungendo circa 2,1 milioni di barili al giorno. Le importazioni cinesi complessive sono aumentate del 16% nel bimestre, in gran parte per accumulare scorte.
Ma questo aumento, per quanto significativo, non basta. L’oleodotto ESPO (Eastern Siberia-Pacific Ocean) — la principale infrastruttura di collegamento — ha una capacità complessiva di circa 1 milione di barili al giorno, di cui circa 600.000 sul ramo diretto verso la Cina (Skovorodino-Mohe), e sembra già operare vicino alla piena capacità. La Russia può aggiungere volumi via mare (rotta polare o rotte asiatiche), ma non può sostituire i 4 milioni di barili al giorno che la Cina ha perso dal Golfo. Come hanno scritto gli analisti di Natixis, l’aumento dalla Russia è “by no means enough”.
Le difese di Pechino: riserve, transizione energetica e misure di emergenza
La Cina non è sprovvista di strumenti per gestire lo shock. Le riserve strategiche e commerciali cinesi ammontano a circa 1,2-1,4 miliardi di barili, pari a circa 80-110 giorni di copertura a seconda che si misuri rispetto al consumo totale o alle sole importazioni nette, un cuscinetto che consente a Pechino di reggere per mesi senza panico. A fine febbraio 2026, gli stoccaggi onshore avevano toccato 1,31 miliardi di barili. Per confronto, il Giappone ha 254 giorni di riserve e la Corea del Sud 208, ma entrambi con volumi assoluti molto inferiori.
Inoltre, la Cina ha un’economia meno esposta agli shock energetici rispetto al passato. L’intensità petrolifera del PIL (barili per unità di PIL) si è dimezzata rispetto agli anni Settanta, grazie a investimenti massicci nelle rinnovabili, nel nucleare e soprattutto nella rete elettrica: la State Grid ha investito 75,7 miliardi di yuan nei primi due mesi del 2026 (+81% anno su anno). La Cina ha anche pressioni deflazionistiche con crescita salariale quasi nulla, il che la rende meno vulnerabile alla spirale inflazionistica che sta colpendo Europa e resto dell’Asia.
Sul fronte delle misure di emergenza, Pechino ha ordinato alle principali raffinerie (PetroChina, Sinopec, CNOOC, Sinochem e Zhejiang Petrochemical) di sospendere le esportazioni di diesel e benzina e di annullare i contratti già firmati, facendo eccezione solo per jet fuel e bunker fuel. Essendo uno dei maggiori esportatori di prodotti raffinati in Asia, questa decisione sta già aggravando la penuria di carburanti nella regione.
La vera vulnerabilità: le esportazioni cinesi
Paradossalmente, la vera vulnerabilità della Cina non è il petrolio in sé, ma l’impatto indiretto della crisi energetica sulla domanda globale. Pechino dipende dalle esportazioni per raggiungere il target di crescita del PIL, che nel 2026 è stato abbassato al 4,5-5%, il livello più basso dal 1991. L’Unione Europea è uno dei due maggiori mercati per l’export cinese (assieme agli USA), assorbendo oltre il 15% delle esportazioni totali. Prezzi energetici più alti sono uno shock significativamente negativo per l’economia europea, e un’Europa più debole significa meno domanda per i prodotti cinesi.
I modelli macroeconomici standard indicano che un aumento del 25% dei prezzi del petrolio riduce il PIL di circa lo 0,5%. Con il Brent che ha superato i 100 dollari al barile e toccato i 110, l’impatto è tutt’altro che trascurabile, non tanto sul PIL cinese direttamente, quanto sulle economie dei partner commerciali di Pechino.
Il dilemma geopolitico di Pechino
La crisi mette Pechino in una posizione geopolitica delicata. La Cina è stata l’architetto diplomatico del riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran nel 2023, ha promosso l’ingresso dell’Iran nella Shanghai Cooperation Organisation e nei BRICS nel 2024. Un’eventuale vittoria americana con scarso coinvolgimento cinese rischierebbe di smantellare queste strutture e di erodere la credibilità di Pechino nel Sud Globale. Non difendere l’Iran potrebbe indebolire la narrativa cinese di alternativa all’ordine occidentale.
D’altra parte, un conflitto prolungato offre anche opportunità strategiche. Un impegno militare americano prolungato nel Golfo distoglie risorse dall’Indo-Pacifico, e osservare le operazioni navali USA potrebbe rivelarsi prezioso per Pechino in caso di future tensioni nello Stretto di Taiwan. Trump ha chiesto alla Cina di inviare navi da guerra a Hormuz e ha minacciato di ritardare il summit con Xi in assenza di collaborazione, ma finora Pechino non ha accettato, mantenendo una posizione di ambiguità calcolata.
Conclusione: la Cina è resistente ma non immune
La Cina è meglio posizionata della maggior parte dei paesi asiatici per reggere la chiusura di Hormuz, grazie a riserve consistenti, fonti parzialmente diversificate, un’economia meno energivora e un rapporto privilegiato con Teheran che le consente di continuare a ricevere petrolio iraniano. Ma non è immune.
Ha perso accesso a oltre 4 milioni di barili al giorno dal Golfo, la Russia non può colmare quel vuoto, e il rallentamento economico globale causato dalla crisi energetica colpisce direttamente il modello di crescita cinese basato sull’export. Per Pechino, Hormuz non è una questione di sopravvivenza immediata: è una questione di quanto a lungo questa situazione può durare prima che i costi economici e geopolitici diventino insostenibili. E più la crisi si protrae, più la risposta a questa domanda si fa scomoda.
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