La volatilità del petrolio e il rischio recessione USA
La guerra in Iran ha innescato un livello di volatilità nei mercati energetici che non si vedeva da decenni. Secondo il Dallas Fed Energy Survey del primo trimestre 2026, pubblicato mercoledì dalla Federal Reserve Bank di Dallas, le imprese del settore oil & gas stanno operando in un ambiente dove la pianificazione produttiva è diventata quasi impossibile.
“La volatilità su tutte le commodity è semplicemente insana e rende la pianificazione molto difficile”, ha dichiarato un rispondente anonimo al sondaggio. Un altro ha aggiunto: “Nel prossimo trimestre, tutti i prezzi sono incerti finché non si potrà navigare in sicurezza attraverso lo Stretto di Hormuz”.
Il paradosso della produzione
Il sondaggio rivela un settore profondamente diviso. Da un lato, i prezzi più alti del petrolio dovuti alla guerra generano ottimismo sulla produzione. Dall’altro, l’incertezza frena gli investimenti. I numeri sono eloquenti:
Il 50% delle società di esplorazione e produzione intervistate non prevede di aumentare il numero di pozzi trivellati quest’anno. Il restante 47% prevede un aumento lieve o significativo. È una spaccatura netta che riflette la difficoltà di prendere decisioni di investimento pluriennali quando il prezzo dell’input può oscillare del 10% in una giornata.
I dirigenti del settore energetico si aspettano che il WTI chiuda il 2026 a 74 dollari al barile, in netto rialzo rispetto alla stima di 62 dollari di dicembre, ma ben al di sotto dei circa 93 dollari attuali. Questo divario tra prezzo spot e aspettative di fine anno suggerisce che il mercato sconta un certo grado di normalizzazione, ma le imprese restano scettiche sulla tempistica.
Il sondaggio, condotto tra l’11 e il 19 marzo su 135 imprese (92 di esplorazione e produzione, 43 di servizi petroliferi), fotografa un settore che beneficia dei prezzi alti ma non riesce a capitalizzarli pienamente a causa dell’incertezza geopolitica. Come ha sintetizzato un rispondente: “Gli effetti di secondo e terzo ordine di questa volatilità e dello shock di offerta devono ancora manifestarsi, ma il focus sulla sicurezza energetica nei prossimi anni dovrebbe posizionare bene i produttori USA sul palcoscenico globale”.
Il prezzo alla pompa: lo shock che arriva ai consumatori
L’impatto della volatilità non resta confinato ai mercati finanziari. Il prezzo della benzina negli Stati Uniti è aumentato di oltre il 30% dall’inizio di marzo, raggiungendo circa 4 dollari al gallone a livello nazionale secondo l’American Automobile Association - il maggiore incremento dal 2005, quando l’Uragano Katrina mise fuori uso la produzione petrolifera della Costa del Golfo. In California il prezzo ha superato i 7 dollari al gallone.
Il diesel, fondamentale per il trasporto merci, è aumentato ancora più velocemente della benzina. Questo si tradurrà in costi di spedizione più alti che finiranno per riversarsi su un’ampia gamma di beni di consumo, che hanno già subito rincari a causa dei dazi. A ciò si aggiunge una crescente carenza di fertilizzanti causata dalla guerra, che è destinata a spingere al rialzo i prezzi alimentari nel corso dell’anno. Abbiamo parlato già di questi temi nel nostro ultimo webinar.
Recessione USA: i rischi salgono
Wall Street sta sistematicamente rivedendo al ribasso le previsioni di crescita per l’economia americana nel 2026, alzando le stime di inflazione e disoccupazione e aumentando le probabilità di recessione. Quello che doveva essere un anno di slancio - con lo shock dei dazi di Trump ormai assorbito e lo stimolo dei tagli fiscali in arrivo - si sta trasformando in un anno in cui si naviga a vista.
Le stime di Wall Street
Goldman Sachs ha portato la probabilità di recessione nei prossimi 12 mesi al 30%, in rialzo a causa del surge dei prezzi petroliferi. La banca prevede che il tasso di disoccupazione salirà al 4,6% entro fine 2026, dal 4,4% di febbraio. Diverse case d’investimento stimano che l’inflazione sarà più vicina al 3% quest’anno che al 2%, erodendo i redditi disponibili e frenando le assunzioni.
Morgan Stanley ha rivisto al ribasso le previsioni sui consumi, proiettando un aumento dell’1,7% nel 2026 invece del 2% precedente. I rimborsi fiscali, potenziati dal One Big Beautiful Bill Act di Trump, stanno risultando inferiori alle attese: Morgan Stanley stima un +12% rispetto all’anno scorso, al di sotto del +15-25% anticipato. Lo shock petrolifero, in sostanza, annulla il beneficio dei rimborsi fiscali su cui si basavano le previsioni più ottimistiche per la spesa dei consumatori.
Citigroup prevede un aumento del tasso di disoccupazione quest’anno. L’economista di Citi, Gisela Young, ha osservato che la crescita salariale è destinata a rallentare ulteriormente, rappresentando un ulteriore ostacolo per i consumi. La crescita dei posti di lavoro, già praticamente a zero nel 2025 - un dato senza precedenti in un’espansione economica - rischia di peggiorare.
Il quadro macro: un’economia fragile
L’economia americana si avvia verso una crescita intorno al 2% nel 2026, sostenuta in larga parte dagli investimenti nei data center, relativamente isolati dal caro-energia grazie all’abbondanza di gas naturale a basso costo negli USA. Ma questo rende l’economia dipendente dal continuo ottimismo degli investitori verso l’intelligenza artificiale e dalla spesa dei consumatori ad alto reddito, sostenuti da portafogli in crescita.
Anche se il conflitto dovesse terminare a breve, gli economisti avvertono che il danno già fatto manterrà l’economia su basi fragili. Come ha osservato Nancy Vanden Houten, capo economista USA di Oxford Economics: “Molti elementi dell’economia saranno più deboli a causa di questa guerra. L’impatto è molto visibile molto rapidamente, basta passare davanti al distributore di benzina.”
Jennifer Lee, senior economist di BMO Capital Markets, ha aggiunto: “Tutti sono molto preoccupati per quanto tempo ci vorrà prima che le cose si assestino. Anche se si raggiungesse un accordo oggi, servirà tempo. Servirà molto tempo per riavviare le cose.”
Il percorso verso la recessione
Il percorso è chiaro nei dati. La benzina è aumentata del 30% a marzo. Il diesel è salito ancora più velocemente. I fertilizzanti scarseggiano. I costi di spedizione salgono. I beni di consumo sono già encari dai dazi. E ora il prezzo dell’energia si aggiunge come ulteriore strato inflazionistico.
I segnali precoci sono per ora misti: JPMorgan e Bank of America riportano che i dati settimanali interni sulla spesa con carta di credito non mostrano ancora un rallentamento significativo a metà marzo, suggerendo che i consumatori non hanno ancora iniziato a ridurre i consumi. Ma come ha notato Michael Feroli, capo economista USA di JPMorgan: “Nelle prime due settimane del conflitto non si vede nulla di davvero pronunciato nei consumi. Ma credo che questo tolga un po’ di slancio all’espansione.”
Il University of Michigan Consumer Sentiment Index di marzo, in uscita venerdì, dovrebbe mostrare un calo - anche se non ai livelli minimi di novembre, che avevano segnato il punto più basso in oltre tre anni.
La Fed: tagli o rialzi?
Il deterioramento delle prospettive economiche ha riacceso il dibattito sulla politica monetaria. Molte case d’investimento mantengono la previsione che la Federal Reserve riprenda i tagli dei tassi a un certo punto del 2026, nonostante gli investitori si siano affrettati nelle ultime giornate a scommettere su rialzi. Il dilemma è classico da shock da offerta: l’inflazione sale per i costi energetici, ma l’economia rallenta. Tagliare alimenta l’inflazione; non tagliare rischia la recessione. La Fed è in trappola.
In conclusione
La volatilità del petrolio e il rischio recessione sono due facce della stessa medaglia. Lo shock energetico causato dalla guerra in Iran si sta trasmettendo all’economia reale attraverso molteplici canali: benzina, diesel, fertilizzanti, costi di spedizione. Le imprese energetiche non riescono a pianificare, i consumatori pagano di più, e Wall Street rivede al ribasso le previsioni una dopo l’altra. Con Goldman al 30% di probabilità recessione e il cessate il fuoco saltato, il margine di errore per l’economia americana si è ridotto drasticamente.
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